40 Anni in LSI LASTEM, l’esperienza di Alfredo Astori, Direttore dell’Ufficio Tecnico

40 Anni in LSI LASTEM, l’esperienza di Alfredo Astori, Direttore dell’Ufficio Tecnico

Quarant’anni in un’azienda non sono solo un numero: sono esperienze, persone, sfide e grandi cambiamenti vissuti in prima persona.

Alfredo Astori è entrato in LSI LASTEM nel 1985, quando la misura ambientale si faceva con strumenti analogici e il concetto di “digitale” era ancora agli albori. Oggi, dopo quattro decenni, guida l’Ufficio Tecnico e continua a essere un punto di riferimento per competenza, visione e passione per l’innovazione.

In questa intervista ci racconta il suo percorso, l’evoluzione della tecnologia nel tempo e la sua visione sul futuro della misura ambientale — con quello spirito curioso e concreto che da sempre caratterizza LSI LASTEM.

1. Alfredo, quest’anno festeggi 40 anni in LSI LASTEM! Ti va di raccontarci come è iniziato il tuo percorso in azienda e cosa ti ha spinto, allora, a intraprendere questa avventura?

La mia formazione nasce dall’elettronica, tra circuiti analogici e digitali. Negli anni ’80, mentre ancora studiavo, la microelettronica e i primi microprocessori a 8 bit stavano rivoluzionando il mondo: i computer cominciavano a entrare nelle case degli appassionati. Con una buona base nei circuiti digitali, il passo verso i microprocessori fu naturale — anzi, un vero balzo. Mi ritrovai presto a esplorare quelle macchine affascinanti e misteriose, cercando di comprenderne il linguaggio e di dominarle con i primi comandi.

Nella mia scuola i corsi sui microprocessori erano ancora sperimentali, così gran parte della mia esperienza nacque tra esperimenti personali e lunghe serate di programmazione in Basic, Assembly Z80 e Motorola 68000. Quando approdai ai Laboratori di Strumentazione Industriale, ero entusiasta e curioso: lì vidi per la prima volta strumenti professionali dedicati alle misure ambientali e capii subito che era il mio posto.

In LASTEM, allora costola di LSI, iniziai a mettere le mani su circuiti digitali, memorie e sui primi PC IBM. Dal Basic passai a Pascal e poi al PLM/80, il linguaggio che mi accompagnò per anni, fino all’arrivo delle nuove tecnologie che segnarono l’inizio di un’evoluzione continua. Capì allora che in questo mestiere non ci si ferma mai.

Rivedo ancora quelle giornate: i listati stampati su fogli a modulo continuo, i monitor verdi dalle scritte tremolanti, le lunghe attese per compilare un programma due volte al giorno. Era un mondo lento, ma incredibilmente vivo. Con l’arrivo del PC IBM tutto cambiò: il lavoro divenne più rapido, aprendo la strada a un progresso che da allora non si è più arrestato — un cammino che continua a sorprendermi, come allora, con la stessa passione

2. In questi quarant’anni hai visto crescere e cambiare profondamente LSI LASTEM. Quali sono, secondo te, i momenti o i progetti che hanno segnato di più la tua carriera?

Già alla fine degli anni ’80, in LSI LASTEM avevamo capito che innovare significava anche cambiare modo di progettare. Passammo dal tecnigrafo al CAD bidimensionale, adottando un software sviluppato da un’azienda bolognese davvero all’avanguardia. Quel programma, tutto italiano, ci aprì nuove possibilità: maggiore flessibilità, produttività e una mentalità più moderna. Da allora la spinta verso l’innovazione non si è mai fermata. Oggi lavoriamo in 3D, non solo per la parte meccanica ma anche per quella elettronica, e utilizziamo stampanti 3D per la prototipazione.

La tecnologia ha rivoluzionato il nostro modo di progettare: ora possiamo modificare e testare un’idea in pochi giorni, dove una volta servivano settimane. È un approccio molto più dinamico, quasi come nello sviluppo software. Però, come diceva Spiderman, “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”: la tecnologia è uno strumento potente, ma va usato con criterio. Il mio ruolo è anche quello di aiutare i tecnici a mantenere il giusto equilibrio — spingerli a osare, ma senza perdere di vista la direzione e la solidità delle scelte.

Con l’arrivo di Internet, a metà anni ’90, tutto cambiò. Iniziammo a sperimentare nuovi sistemi di comunicazione tra i nostri strumenti e i computer che raccoglievano i dati ambientali. Passammo dalle vecchie connessioni dial-up a Internet e alla telefonia mobile con il GPRS: fu una piccola rivoluzione, perché improvvisamente i dati potevano viaggiare in tempo reale, ovunque nel mondo.

Nel 1999 arrivarono anche i nostri primi sensori wireless. Eliminare i cavi fu una conquista, soprattutto nei musei e nelle installazioni artistiche, dove ogni dettaglio conta. Da allora la tecnologia radio si è evoluta, fino all’uso della LoRaWAN, che oggi ci permette connessioni affidabili e a lunga distanza.

Un’altra tappa importante è stata nel 2014, quando decidemmo di adottare Linux nei nostri sistemi embedded. Questa scelta ci ha dato una flessibilità enorme. Anni prima avevo preferito Windows CE, per una questione di competenze interne, ma col tempo ho capito che le decisioni più solide sono quelle che guardano lontano, non solo quelle più comode nell’immediato.

Negli ultimi anni abbiamo anche scelto di concentrarci di più sul nostro vero mestiere — la progettazione e l’innovazione — affidando a partner esterni la produzione di alcune parti. È una sfida complessa, ma ci permette di focalizzare le energie su ciò che davvero conta: continuare a innovare, mantenendo in casa le competenze e la conoscenza che ci rendono unici.

3. Da diversi anni sei Direttore dell’Ufficio Tecnico. Di cosa ti occupi nel quotidiano e quali sono le sfide principali che affronti nel tuo ruolo?

In LSI LASTEM progettiamo soluzioni complete e di alta qualità, che uniscono tecnologie molto diverse tra loro in un unico sistema armonico. Il nostro obiettivo è offrire prodotti flessibili e competitivi, capaci di adattarsi a mercati e applicazioni anche molto differenti. Per farlo, cerchiamo di riutilizzare e adattare le stesse basi tecnologiche in contesti diversi, così da mantenere coerenza e sostenibilità nello sviluppo.

Dietro a tutto questo c’è un lavoro di squadra complesso: tecnici con competenze verticali che si occupano di fisica, meccanica, elettronica, programmazione embedded e cloud, gestione dei dati, fino alla documentazione tecnica e commerciale. Come direttore tecnico, mi trovo coinvolto in tutti questi ambiti — a volte direttamente, altre affidandomi alle competenze del mio team — con l’obiettivo di mantenere equilibrio e collaborazione, elementi fondamentali per ottenere risultati davvero solidi.

La curiosità, la ricerca tecnologica e un pizzico di perfezionismo sono ciò che mi spingono ogni giorno. Incoraggio i tecnici a guardare oltre le soluzioni più semplici, a curare i dettagli e a scegliere con lungimiranza. Credo molto nel trovare il giusto equilibrio tra la competenza tecnica e la responsabilità nelle decisioni: è lì che nasce la qualità, quella che fa la differenza nei nostri prodotti.

4. Guardando al futuro, quali evoluzioni immagini per il settore della misura e del monitoraggio ambientale? Cosa pensi cambierà nel modo di lavorare di aziende come LSI LASTEM?

Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale è uscita dai laboratori per entrare nella vita di tutti i giorni. La sua diffusione è stata rapidissima e profonda, tanto da rappresentare uno dei più grandi salti tecnologici della nostra epoca. Anche in LSI LASTEM non possiamo ignorare questa rivoluzione: oggi l’AI affianca il nostro lavoro in molti modi, e stiamo ancora scoprendo tutto il suo potenziale.

Nel campo del monitoraggio ambientale, vedo un progresso costante: sensori sempre più precisi, miniaturizzati ed efficienti grazie alla microelettronica e ai nuovi materiali. L’intelligenza artificiale gioca un ruolo decisivo anche qui, accelerando la scoperta e la progettazione di materiali innovativi che rendono possibili sensori sempre più performanti. È un’evoluzione continua, e noi siamo costantemente alla ricerca di soluzioni che mantengano alto il livello qualitativo e tecnologico dei nostri strumenti.

Ma con l’aumento dei dispositivi connessi cresce anche la sfida della sicurezza informatica. Gli enti normativi stanno lavorando per creare standard condivisi, ma la vulnerabilità dei sistemi resta un tema delicato. Per questo investiamo costantemente tempo e risorse per garantire che le nostre soluzioni restino affidabili e sicure, senza rinunciare ai vantaggi che la connettività e l’innovazione ci offrono.

5. Dopo così tanti anni, cosa ti motiva ancora ogni giorno? Cosa ti dà più soddisfazione nel tuo lavoro e nella squadra che guidi?

Lavorare alla guida di giovani ingegneri, ma anche con colleghi oggi non più giovanissimi, è un’opportunità che dà un senso profondo di compiutezza nella propria vita. Lo stress generato dalle crescenti responsabilità, dalle scadenze, dalle difficoltà tecniche, si diluisce nella soddisfazione di veder creare, per opera di un gruppo motivato di tecnici competenti, soluzioni tecnologiche che diventeranno utili alla comprensione e, auspico, al miglioramento dell’ambiente in cui viviamo. Tutto ciò ha un valore etico e morale che rafforza ulteriormente la mia motivazione in tutto ciò che svolgo ogni giorno.

6. Se dovessi dare un consiglio a un giovane ingegnere che entra oggi in azienda, quale sarebbe?

Se si volesse dare un consiglio a chiunque voglia dirigersi verso un percorso professionale, di qualsiasi genere, tale consiglio andrebbe dato sin già dalla scelta dell’indirizzo universitario, perché ritengo che tale scelta vada fatta cercando di scovare nel profondo di sé stessi quali potranno essere quel particolare argomento o futura professione capaci di destare intensa curiosità e interesse, innescando così la forza di volontà di sapere, capire e creare il proprio futuro lavorativo. Chi ha la fortuna, ma direi pure il buon senso, di aver compreso l’importanza di tale scelta e averla messa in pratica con il giusto impegno durante il periodo di studio, si troverà certamente nella giusta condizione, una volta entrato nel mondo del lavoro, per poter affrontare serenamente le sfide che gli si porranno innanzi, perché quell’interesse iniziale, ormai diventato professione, se opportunamente coltivato potrà sostenerlo nelle fatiche lavorative degli anni a venire.

A me non rimarrebbe molto in termini di consigli da dare a quel giovane ingegnere, se non di tenere acceso quell’interesse mantenendosi curioso per tutto ciò che riguarda la propria professione, certamente continuando a sviluppare ulteriormente le proprie conoscenze e creando con profondità di pensiero, dedizione, sacrificio ma anche divertimento, soluzioni armoniche e utili per l’azienda presso cui lavora.

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